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lunedì 28 agosto 2017

GINESTRE

"Cytisum" Ecco il nome non proprio famigliare che è stato scelto per raggruppare una cinquantina di specie vegetali di cui dodici presenti anche in Italia.
E ancora altri nomi poco noti affibbiati ad altri raggruppamenti affini come "Spartium" e "Calicotome".
Tutti i membri di questi gruppi sono certamente meglio conosciuti con l'appellativo di Ginestre.
I più noti fra loro sono  la Ginestra dei carbonai (Cytisum scoparius), la Ginestra di Spagna o ginestra odorosa (Spartium junceum) e la Ginestra spinosa (Calicotome spinosa).
Si tratta di arbusti perenni legnosi alla base. Tutti particolarmente vigorosi. Per quanto  mediterranei, sono arbusti che riescono a superare anche i rigidi inverni collinari seccando precocemente i  rami verdi ed elastici che formano la loro parte più vistosa. 
Sono comunque le loro parti legnose a sopravvivere. Da queste le gemme svernanti  sbocceranno in primavera.
Si tratta nell'insieme di arbusti pionieri che colonizzano scarpate e pendii franosi e che, proprio per questo, per il loro apparato radicale particolarmente robusto, vengono usate da sempre per consolidare i suoli scoscesi.
I botanici hanno cambiato i nomi dell'intera tipologia di piante alle quali appartengono. Prima Leguminose, poi Papilionacee, infine Fabacee. Ma per noi cambia poco.
I loro fiori sono e restano tipici. In quanto organi sessuali restano per molte ragioni le parti più conservative delle piante in genere e funzionano da criterio certo per le classificazioni. 
I fiori delle ginestre, delle acacie, dei piselli, dei ceci, dell'erba medica ecc sono tutti fra loro simili. E sono l'emblema dell'affollatissimo gruppo.
C'è un'altra caratteristica speciale e particolarmente importante da citare che riguarda le Fabacee.
Fertilizzano i terreni da cui crescono invece di impoverirli. Sono le sole piante a farlo. Li arricchiscono di sali di Azoto. E ciò per via di certi noduli che crescono solo sulle loro radici. Una simbiosi unica con i batteri azotofissatori che, in cambio di zuccheri e di altre sostanze elaborate dalla pianta, catturano l'Azoto molecolare, lo trasformano e fertilizzano il terreno.
Pensate se si potesse fare lo stesso con i cereali! Si eliminerebbe la necessità di concimare i suoli su cui vengono seminati! 
Mi pare che in qualche Istituto ci stiano tentando.
Con le ginestre dei carbonai (Cytisum scoparius) si fabbricavano, neanche a dirlo, delle ottime scope. I loro rami verdi, elastici, resistenti, dritti e sottili si sono, dimostrati, al riguardo, ideali.
Sono anche le ginestre meno tossiche del gruppo.
Gli estratti dei loro fiori (meglio se appena sbocciati) contengono varie sostanze fra cui la Sparteina, utilizzata tradizionalmente come efficace diuretico.
Anche le api li gradiscono, li visitano e ne utilizzano il nettare per produrre del miele.
Sono attratte dall'intenso giallo dei fiori, che spiccano sul verde scuro dei rami e delle foglie nonché dal loro delizioso odore.
Anche noi umani, guarda caso, siamo attratti dal giallo e dal profumo delle ginestre.
A proposito, particolarmente profumati sono i fiori delle Ginestre odorose (Spartium junceum) da cui viene ricavata un'essenza preziosa per l'industria profumiera.




Ma non è tutto. Dai rami fibrosi di quest'ultima si ottiene lo Sparto, utile per fare corde, stuoie e tessuti vari. Qualcuno ha recuperato questa pregiata produzione tradizionale ormai perduta, come del resto ha fatto con le fibre ottenute dall'ortica, che un tempo dava tele resistenti e delicate.
Le Ginestre piacciono. Anzi, di più, suscitano l'ammirazione per ciò che riescono a fare nei luoghi anche impervi e assolati dove crescono.
Da maggio a giugno, inconfondibili,  le loro  macchie cromatiche ravvivano il paesaggio.
Come scriveva infatti G.Leopardi  "E tu, lenta ginestra che di selve odorate queste campagne dispogliate adorni..."
Forse anche per causa sua le ginestre sono il simbolo vegetale degli scettici e dei razionalisti, di quelli insomma che amano la conoscenza sudata, vale a dire la conoscenza scientifica: improbabile e affascinante fioritura sul terreno impervio e arido di una cultura dominante che resta, nonostante le Ginestre, pericolosamente franosa e irrazionale.

giovedì 14 gennaio 2016

TUTTI I COLORI DEI POMODORI

Chi non conosce i pomodori? Ai bambini più piccoli, a scuola, si mostra una foto o un disegno, l'immagine su un monitor o, più raramente, un frutto e gli si dice: "Questo è il pomodoro". Un singolare tondo, tondo che gli frega per un bel po' di tempo la possibilità di imparare a pensare al plurale e, quindi, di incuriosirsi alle infinite variazioni che caratterizzano le forme viventi e non viventi.
Ma  a tanti va bene così, è la linea dominante. A ben pensarci infatti il singolare si confà a quell'altra pretesa di singolarità e di unicità che è il monoteismo, il pilastro portante della cultura occidentale e non solo di quella.



Dietro alla sigla Solanum Lycopersicum, che serve per individuare il gruppo, ci stanno in realtà più di 4.000 varietà di pomodori-piante.
La cosa stimola la fantasia e, al tempo stesso, anche il dubbio che possano essere davvero tante queste piante, capaci di  frutti così diversi.
Cominciamo dal colore (e cioè dal colore dei pomodori; tecnicamente le bacche plurisperme delle piante di pomodoro)
Si va dal  bianco (white queen, white tomesol,...) al giallo (wendy, lemon, douce de Picardie,...) al rosa (thai pink...) all'arancione (moonglow) al verde (green zebra, ...) al blu, al nero violaceo (nero di Crimea, purple perfect,...)
Se poi si considerano le forme, i tipi di bucce, la grandezza dei frutti, l'aggregazione (singoli o riuniti in grappoli), la caratteristiche chimiche, le particolarità interne (per esempio i pomodori cavi detti tomate à farcir), si fa presto a capire che le diverse bacche di lycopersicum potrebbero essere anche più delle 4.100 ufficiali.
Il gruppo delle piante lycopersicum è affine a tanti altri gruppi che, insieme, vengono identificati nel genere Solanum. 
Questi gruppi sono circa 1.400, vale a dire 1.400 specie differenti comprensive ciascuna di una moltitudine di varietà.
E' ovvio che la fantasia in tanta ampiezza si perde...
Accontentiamoci di sapere almeno che sono tutte velenose ma che però, in generale concentrano, per difendersi dai predatori,  i loro alcaloidi tossici solo nelle loro parti verdi e non nei frutti o nei tuberi se no non potremmo mangiare nè i pomodori, nè le melanzane (solanum melongena), nè le patate (solanum tuberosum).
Ci sono organizzazioni benemerite che cercano di recuperare nelle campagne e negli orti i semi antichi di queste specie alimentari. Per poi conservarli in modo da garantirci anche per il futuro le varietà  originarie.
Alla moderna produzione industriale, soprattutto se multinazionale, interessano invece solo le poche forme  altamente produttive da lei selezionate e ingegnerizzate.
Gli Aztechi chiamavano i pomodori "xitomati", un termine  destinato ai frutti succosi. Le piante che li producevano erano tipicamente americane.
Più o meno la data del loro arrivo in Europa risale al 1540 quando lo spagnolo Hernan Cortes ne portò da oltre oceano i primi esemplari in patria.
E qui la storia si fa buffa nonché istruttiva.
"Il pomodoro", nei paesi europei, fu subito etichettato come poma amoris, ovvero pomo dell'amore.
Traboccante di succhi, col suo sapore intenso doveva essere per forza un afrodisiaco, oltretutto del tipo più temibile, data la sua somiglianza con il "pomo di Satana" ovvero con il frutto della mandragora.
Quest'ultimo era considerato unanimemente il frutto dell'Inferno dal momento che, secondo la Bibbia, lo usò Lea per sedurre Giacobbe.
Tanto per intenderci, uno dei crimini per i quali Giovanna d'Arco fu arsa sul rogo fu il suo presunto possesso di una radice di mandragora.
Si diceva che il pomodoro facesse cadere i denti e che il suo profumo rendesse folli.
Il terrorismo moralista si spingeva a condannare l'atto di addentare la sua polpa succulenta quale atto lascivo, quindi pagano e ,come tale, non solo dottrinalmente perseguibile.
"Non c'è niente di più malefico" ammoniva l'abate Chiari, noto moralista cattolico ancora verso la metà del settecento, riferendosi al pomodoro.
Col tempo, tuttavia, la proibizione morale lasciò il campo, come sempre, alla soddisfazione corporale e il pomodoro finì per vincere la partita e venne accettato.
I pomodori sono i frutti col maggior contenuto di licopene, una sostanza molto attiva nella prevenzione dei tumori della prostata, della cervice e del seno.
Dalla loro pelle si ottiene, tra l'altro, la cosiddetta plastica naturale che ha il non secondario vantaggio di essere biodegradabile.
E poi cosa sarebbe la cucina mediterranea se non quella in generale senza i pomodori?
Vittime di crociate epuratrici per qualche secolo, i pomodori si sono presi la loro bella rivincita.
Ma le cose mutano e oggi succede che gli esemplari che arrivano sulle nostre tavole il più delle volte sono privi di sapore.
La Grande Distribuzione, sorella della Grande Produzione, sembra volerci riempire del mitico pomo dell'amore togliendogli ogni sorgente di gusto e a noi, quindi, ogni voglia di addentarlo.
Triste nemesi storica: il moralista è tornato a vincere perché, privato dei suoi succhi eccitanti e deliziosi, il frutto non è più peccaminoso.
Il brutto è che la vittoria sul pomodoro non è certo l'unica vittoria di coloro che si danno come missione la proibizione.







giovedì 5 novembre 2015

MAIS DI CARNE

Zea mays. Che pianta! Anzi, che piante!
Nelle Americhe precolombiane queste erbacee annuali costituivano la base alimentare per molti popoli che le avevano selezionate per millenni in funzione di una moltitudine di ambienti e climi diversi nonché per soddisfare gli usi e i gusti più disparati.
La varietà genetica era enorme e si manifestava in migliaia di tipi differenti di mais.
I nativi americani queste piante le veneravano.
Quando gli scopritori europei assunsero anche nelle Americhe la loro veste esplicita di invasori  dovettero, tra le altre cose, demonizzare il cibo prediletto dai loro nemici. E lo chiamarono granoturco.
Questo perché allora tutto ciò che era sconosciuto e insidioso non poteva che essere turco, emanazione maligna dell'odiato nemico di Costantinopoli.
Ancora nel XIX° secolo tanti irlandesi preferivano la morte per fame piuttosto che accettare di nutrirsi con pane di mais, appunto giallo come lo zolfo.
Ma il granoturco, per ragioni biochimiche sue, restava una pianta portentosa in fatto di produttività. E così, sia in Europa che negli Stati Uniti, per quanto spregevole, divenne una base fondamentale per l'alimentazione popolare.
I nativi americani avevano costruito un ricca cultura culinaria basata sul mais; i civili popoli di origine europea la ridussero  a semplice granoturco: a un alimento monotono ben lontano dai fasti della molteplicità dei suoi luoghi di origine.
Nelle Americhe dei nativi era possibile trovare ciambelle di mais verdi, bianche, blu, rosa; pane salato cotto sottoterra fatto con una varietà di mais completamente bianco; soffici biscotti; pancake psichedelici ottenuti versando vari impasti di mais rossi, verdi, bianchi, gialli, blu e viola su una pietra infuocata...

Le poche forme di granoturco a cui gli europei e gli europei americani ridussero il mais  erano (e ancor più oggi sono) molto produttive in termini di quantità e molto ricche di zucchero in termini di contenuto.
Così come l'economia basata su un solo tipo di patata (delle migliaia di tipi coltivati e usati dai popoli andini) aveva portato alla grande carestia irlandese, così il mais ridotto a granoturco cominciò a produrre le sue vittime: enormi croste purulente a forma di farfalla comparivano sui nasi e sui corpi di chi se ne alimentava, accompagnate da un prurito irresistibile, diarrea acuta e, infine, demenza.
Nell'Italia del Nord soprattutto la polenta, alimento base e per tanti contadini unico, aveva provocato verso la fine del 1800 centinaia di migliaia di questi casi.
Anche negli Stati Uniti l'erba selvatica degli Aztechi, tramandata dai pellerossa, "giustamente sterminati", era imputata del reato di omicidio di massa.
Qualcuno disse -con grande intelligenza profetica visto il nostro presente- che fino a quando la gente continuerà a credere nelle assurdità continuerà a compiere delle atrocità.
Solo a metà del novecento si dimostrò che la grave malattia da granoturco, chiamata "pellagra" era causata dall'assenza nelle sue farine di vitamina B3.
Tuttavia, l'osservazione che fra gli indiani non fossero mai stati riscontrati casi di pellagra avrebbe dovuto spingere i civili europei ad indagare già molto prima.
Gli indiani, prima di ridurre i mais in farina, mettevano i chicchi a bagno per una notte in acqua e calce o in acqua e cenere. Era proprio quel procedimento che rendeva disponibili tutte le vitamine necessarie e faceva del mais un super-alimento.
Ma l'arroganza degli invasori fece sì che non lo prendessero neanche in considerazione. Interessante è  il perché. Perché erano certi che quel procedimento servisse ad ammorbidire i grani e a rendere meno faticosa la loro macinazione, a conferma della natura pigra del popolo indiano.
Veniamo quindi alla vera tragica nemesi storica.
Gli Stati Uniti in particolare hanno finito per fondare tutta la loro economia agricola sul granoturco. E  questo, dal punto di vista della pianta, ma solo della pianta, è un grande successo!
A granoturco vi è coltivata una superficie di oltre 320.000 Km quadrati, più estesa di quella dell'Italia intera. Enormi distese di monocultura ottenuta con fiumi di diserbanti e montagne di concimi  che viene preservata con docce ripetute dei più moderni pesticidi.

La stessa carne rossa la si ottiene alimentando i bovini con questa massa enorme di granoturco sponsorizzato dal governo.
Dove sta il problema? Che esseri erbivori strutturati per brucare erba dei pascoli o comunque masticare fieno sono costretti a ingozzarsi di mangimi fatti di farine.
E perché non muoiano con questa nutrizione inadatta vengono imbottiti di antiacidi, di antibiotici e macellati il prima possibile.
La maggior parte degli antibiotici che vengono prodotti -bisogna saperlo- non va negli ospedali e nelle farmacie ma nei mangimi. D'altronde, la perversione ha raggiunto il suo apice nutrendo gli erbivori con scarti di carne, grassi, penne, farina di ossa ecc. Decisamente contronatura.
L'Industria Chimica da parte sua sa ottenere di tutto dai chicchi del granoturco.
Zuccheri, oli, aminoacidi ramificati e non...
L'HFCS è la sigla che identifica l'onnipresente sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio. Poi c'è l'etanolo (alcol etilico) usato come biocombustibile, gli amidi, e un intero esercito di sostanze utilizzate come additivi alimentari di vario tipo..
In pratica oggi granoturco e soia stanno alla base di ogni tipo di bevanda o cibo.
La nemesi sta proprio qui: la ricca cultura del mais dei popoli arretrati (sterminati) è stata sostituita dalla ridotta e inquinata cultura del granoturco, diventato la base materiale della potente industria che dà da mangiare e da bere al moderno popolo dei vincitori. Così  che la stessa carne rossa di cui questo dispone non può più essere per mille ragioni la carne rossa non cancerogena dei bisonti selvaggi che a milioni popolavano le immense distese erbose di tutta l'area centrale del Nordamerica.




mercoledì 19 agosto 2015

PIANTE CARNIVORE

Carnivore? Piante che addirittura mangiano carne?
Fossero almeno vegetariane o vegane: piante che mangiano solo piante!!
Ironie a parte, è l'atto stesso del mangiare a presentarsi come assurdo, a contraddire la loro natura di piante, loro che, per definizione sono "inorgane", un neologismo che vorrebbe ricordarci  che loro sono loro proprio per la capacità di costruirsi utilizzando soltanto sali minerali, anidride carbonica, acqua e luce solare.
Come fa dunque una pianta ad essere carnivora e purtuttavia a rimanere una pianta?
Intanto c'è da dire che le carnivore non scherzano. Ce ne sono più di 600 specie che mettono in atto mirabili trappole per catturare insetti di vario tipo, ragni e scolopendre o, addirittura, come nel caso di certe specie del genere Nepenthes, anche piccoli mammiferi inclusi topi di una discreta dimensione.



Tutte prede che, ovviamente, digeriscono e, se la loro azione deve avere un senso compiuto, poi assimilano.
Questo comporta che certe loro foglie debbano formare delle sacche che, come  stomaci animali, secernono enzimi digestivi.
Con questi enzimi digestivi decompongono le cellule delle loro vittime nei loro mattoni elementari.
Questi mattoni bisogna poi che vengano assimilati. Cioè a dire assorbiti, distribuiti nell'intero corpo della pianta in modo che le cellule che lo costituiscono possano usarli per assemblare se stesse.
Il significato è semplice: siamo tutti fatti degli stessi mattoni materiali soltanto messi insieme diversamente.
Si sostiene, e a ragione, che tutte queste specie vegetali si siano trasformate in carnivore come adattamento alla povertà dei suoli su cui, con una tale soluzione, potevano ugualmente vivere.
Tuttavia anche molte specie decisamente non carnivore ci riservano sorprese.
Per esempio le piante di patata o di tabacco.
Le loro foglie secernono sostanze appiccicose o velenose per cui è abbastanza frequente trovarci sopra dei piccoli insetti morti.
Quelli che cadono al suolo si decompongono rilasciando l'azoto che serve alla pianta per integrare la propria dieta.
Quelli che rimangono sulle foglie vengono a loro volta decomposti dai batteri che ci vivono e la pianta può anche lì assorbire i loro prodotti di scarto anch'essi ricchi di azoto.
I botanici le hanno definite "protocarnivore" alludendo ad uno stadio più generico che precede le specializzazioni delle vere e proprie carnivore.
In queste ultime la varietà delle forme e delle modalità di "caccia" è davvero stupefacente.
I biosistemi non hanno limiti di inventiva.
E queste piante che hanno foglie verdi, mostrano i loro bei fiori sgargianti ma al tempo stesso catturano e mangiano, la dicono lunga sui limiti della nostra mente quando crea barriere insormontabili e pone quegli out out tipici delle Verità rivelate.
Piante o animali, animali (senz'anima) o esseri umani (in particolare cristiani) certamente con anima.

giovedì 28 maggio 2015

EQUISETUM

La parola Equisetum serve per raggruppare mentalmente un certo numero di entità biologiche simili chiamate popolarmente Code di cavallo.
Si tratta in tutto di una quindicina di specie vegetali i cui individui, tutti amanti dei terreni umidi e della luce intensa, si differenziano per varie caratteristiche pur mantenendo uno schema unitario di struttura.
Una decina di queste specie, tutte perenni, si trovano anche in Italia. Oltre alla più nota, ovvero l'arvense, si possono trovare la pratense, la fluviatile, la palustre, la bagotense, la variegatum, la giganteum, la hyemale ecc.
Cos'hanno nel loro insieme di speciale?
Anzitutto il fatto di essere dei fossili viventi.
Non hanno fiori e quindi non hanno bisogno di attrarre, di mettersi in mostra, di sedurre esibendo fogge particolari, colori ammaglianti, profumi adescanti.
Producono spore che consegnano all'acqua o al vento. Sono al tempo stesso strutture ad architettura semplice, ripetitiva, vistosamente modulare e i loro sistemi di conduzione interna non sono dei più efficienti
                                         arvense steli fertili
                                              arvense  steli sterili

La domanda interessante da farsi è come mai in una presunta corsa delle forme viventi verso la perfezione si siano conservate strutture così arcaiche, vecchie di almeno trecento milioni di anni.
Certo è sensato pensare che, benché più semplici delle moderne piante a fiori, questi esseri abbiano un genoma particolarmente indovinato. Ma la risposta alla domanda resta comunque un'altra: loro esistono perché  fra le forme viventi non esiste nessuna corsa verso la perfezione.
Ricordate sempre la piramide della vita.
La base è formata da esseri unicellulari e batteri e virus sono ancora a formare questa base non da milioni ma da miliardi di anni.
I viventi si possono trasformare, alcuni di loro lo fanno, ma non perché c'è una direzione da seguire o tantomeno un Direttore cui obbedire.
Le specie parassite, per esempio, incarnano un regresso, altre, sempre per esempio, nelle loro vicissitudini, si trovano nelle condizioni di cambiare o di soccombere. Altre ancora, se possono restare come sono,ci restano.
Le "Code di cavallo" sono rimaste. La loro complessità è già stupefacente ma lo è meno di quella delle rose, delle viti o dei trifogli.
Nelle foreste tropicali raggiungono vari metri d'altezza ma, anche nelle migliori condizioni, non potranno mai competere con l'imponenza di una quercia.
Comunque coesistono con noi, questo è un fatto, e nessuno può dire se, per quanto più semplici, dureranno o no più di noi.
Un altro fatto è che, intanto che coesistono, noi le adoperiamo.
Soprattutto la loro specie più comune, che è l'arvense.
Questa, a primavera, dalle sue gemme sotterranee fa spuntare steli fertili sporiferi ma non fotosintetici e steli sterili non sporiferi ma fotosintetici che si caratterizzano per l'elevato contenuto di Silicio, presente sia in forma chimica solubile che insolubile. Quest'ultima è forse uno dei segreti della sopravvivenza della specie dato che in così alta quantità usurerebbe presto i denti di chi si provasse a mangiarla. Un altro effetto di questo silicio insolubile è la capacità che conferisce alla pianta di riflettere la luce solare in eccesso.
Al Silicio solubile e a tutte le altre sostanze che contiene (e che in generale contengono tutte le Code di cavallo) si deve invece l'attività rimineralizzante della pianta.
In pratica questa favorisce la ricalcificazione delle ossa accelerandone i tempi,
ragione per cui se ne consiglia l'impiego in gravidanza, nella menopausa e più in generale nell'osteoporosi.
Il Silicio è presente in particolar modo nel tessuto aortico e nei tendini, organi le cui fibre elastiche perdono di efficienza con l'invecchiamento e, al tempo stesso, con la perdita di Silicio. Da qui l'impiego dell'equiseto per rallentare questo processo di degrado.
L'equiseto è diuretico. Fonti autorevoli dicono che l'infuso ha azione diuretica potente ma minore azione rimineralizzante; il decotto, al contrario, ha minore azione diuretica e maggiore azione rimineralizzante.
Gli Equiseti, alcuni in particolare contengono un enzima, la Tiaminasi che è in grado di distruggere la vitamina B (Tiamina), ma alcol e quindi tinture, temperature di 100 °C e quindi infusi e decotti neutralizzano l'enzima.
Si può ottenere dagli Equiseti anche un miglioramento dell'elasticità cutanea. Da qui il loro uso in cosmetologia per la prevenzione delle rughe e più in generale dell'invecchiamento della pelle.












venerdì 5 dicembre 2014

MALVA

Malva, un nome, una pianta
E, come al solito, non è vero.
Le piante odiano il singolare. Infatti, anche se qui si fa riferimento soprattutto alla malva comune (Malva Sylvestris),
non bisogna dimenticare che di Malve ne esistono numerosissime specie e numerosissime sono le varietà all'interno di ciascuna di queste specie.
Esattamente così come accade per ogni altra forma vivente.
Malva neglecta, parviflora, moschata, erecta, arborea, pusilla, verticillata ecc, ecc.


Tuttavia, almeno da noi, gli individui della Malva comune sono appunto i più comuni.
Bisogna dire subito che le malve sono piante particolarmente preziose per svariati e concreti motivi.
Intanto il loro uso è millenario e, quindi, all'inverosimile sperimentato.
Di sicuro, per esempio, sono da sempre conosciuti i loro effetti emollienti.
Ma andiamo per ordine.
Le radici si raccolgono in autunno. Le foglie da giugno a settembre. I fiori da aprile a ottobre.
Tipico è l'uso delle malve in tutti  i casi di irritazione delle mucose sia per uso interno che esterno, nei casi di stitichezza, di cistiti e di tosse stizzosa.
Cosa che non mancherà di destare interesse soprattutto nelle signore, l'empiastro di foglie fresche di malva può essere applicato sul viso per eliminare macchie pigmentate, rughe e per rallentare gli altri processi di invecchiamento della pelle.
Ma veniamo ad indicazioni alimentari più volte in pratica ripetute.
Se raccogliete delle belle foglie tenere di malva comune in quantità potete farle bollire per 5-10 minuti in poca acqua e vedrete il formarsi di un liquido di cottura mucillaginoso e giallognolo. E' un toccasana per lo stomaco e per l'intestino nonché, se volete prenderne una parte, una volta raffreddato, per il trattamento di svariate affezioni cutanee sulle quali va applicato.
Ma, tornando alle foglie nella pentola, siete nelle condizioni per fare un'ottima minestra.
Frullate le foglie, aggiungetevi la pasta che più vi piace, olio e parmigiano nel piatto.
E' una bontà e l'effetto rilassante ed emolliente sul vostro apparato digerente è garantito.
Purtroppo da un po' di anni a questa parte in molte aree le popolazioni di malva comune sono puntualmente parassitate da insetti che gli depongono le loro gialle uova sugli steli e sulle pagine inferiori delle foglie rendendo impossibile la raccolta.
In autunno questo non succede ma le foglie non sono buone come lo sono in primavera.
Comunque, se e quando trovate delle malve non parassitate usatele perché queste piante sono un tesoro che merita tutta la nostra attenzione. Meriterebbero anche tutta la nostra considerazione ma questo è un altro discorso.

martedì 2 settembre 2014

I PIANTA-FAME

Un'arteria coronaria si chiude. Il sangue ci sarebbe, ma non arriva più alle cellule che ne hanno assolutamente bisogno per vivere.
Allo stesso modo il cibo ci sarebbe ma, per una serie di ragioni e di ostacoli, non arriva a chi non ne può fare senza.
In entrambi i casi l'esito è spesso mortale ed è sempre e comunque di grande sofferenza.
La "Fame nel mondo" riguarda una porzione non trascurabile della specie umana. Dipende dalle modalità della Produzione e dalle crude logiche della Distribuzione.
Quindi è l'effetto di un affamamento e -ecco un bel teorema da dimostrare- questo affamamento è a sua volta causato dalla visione di specie sovrannaturale che i bipedi hanno di se stessi.
Se bastasse la quantità per risolvere il problema della Fame, siccome la base alimentare è sempre e comunque vegetale, sentite cosa si potrebbe fare.
Oggi i terreni coltivabili hanno bisogno di dosi sempre più massicce di fertilizzanti e i fertilizzanti principali sono i composti che contengono azoto, i più dispendiosi in termini energetici e i più cari.
C'è però una famiglia di piante che non ne ha bisogno per il fatto che è in grado di autofertilizzarsi.
Le Leguminose hanno stretto un rapporto con dei batteri speciali che ospitano in certi noduli delle loro radici.
E speciali lo sono veramente questi batteri perché, in cambio degli zuccheri che gli danno le piante, riescono nientemeno che a prendere l'azoto dall'aria.
L'aria che respiriamo è composta per circa l'80% di azoto. Solo che, così come si trova, questo azoto è inerte.
Le sue molecole sono troppo stabili. I due atomi  di azoto che le formano sono così fortemente legati fra loro che nessun organismo vivente è in grado di usarli.
Salvo i batteri chiamati non a caso azotofissatori ospitati dalle Leguminose.
Erba medica, fagioli, piselli, fave, ecc fertilizzano se stesse e, con i loro resti -come sa ogni agricoltore che coltiva i propri campi a rotazione- fertilizzano i terreni.
Ora pensate se questa simbiosi con i batteri azotofissatori che attuano le Leguminose potesse essere estesa a tutte le altre famiglie di piante alimentari.
Quale risparmio energetico e quale incredibile aumento della produttività!
E poi ancora.
Tutti i cereali utilizzati adesso sono annuali...mais, frumento, orzo, avena ecc. crescono e muoiono nel giro di un anno. Ma non è sempre stato così. La loro trasformazione in piante perenni è possibile.

Niente più arature, niente più semine annuali, niente più multinazionali che hanno il controllo e il monopolio dei semi. Insomma una vera rivoluzione che farebbe schizzare alle stelle la produttività dei terreni coltivabili e l'economicità delle produzioni.
Ci si può chiedere perché queste grandi mete non vengano raggiunte.
La chiave per sconfiggere i tumori sta nell'attivazione contro di essi del Sistema immunitario. La chiave per produrre cibo a volontà sta in quanto appena detto.
Eppure su questi obiettivi terreni non vengono veramente concentrati gli sforzi.
La specie umana ha evidentemente troppi fattori di dispersione che gravano sulle sue azioni veramente utili.
La moltiplicazione dei pani è laicamente possibile.
Per come stanno andando le cose c'è da chiedersi se sarebbe utilizzata per placare la fame.



sabato 30 agosto 2014

RISANAMENTI

Le piante in generale sono dei laboratori chimici estremamente raffinati.
E' con la loro estrema capacità di produrre sostanze che affrontano e risolvono i problemi che gli pone la vita.
Non a caso costituiscono più del 99% della massa degli organismi viventi di questo pianeta.
Noi, nonostante i nostri miti, al loro confronto siamo ancora solo un esiguo per quanto pericoloso residuo ben al disotto dell'1%.
Se moltiplichiamo la raffinatezza chimica di ciascuna specie vegetale per la grande molteplicità delle specie esistenti otteniamo un'immensa potenzialità trasformativa.
Usiamo da sempre le loro sostanze come farmaci e siamo ben lontani dall'avere esaurito le loro possibilità terapeutiche.
C'è tuttavia un impiego delle piante (oltre a quello alimentare, di ossigenazione dell'aria, di materiale da costruzione, abbigliamento ecc) di cui è doveroso parlare.
Si tratta del FITORISANAMENTO.
L'idea di base risale agli anni 50' del secolo scorso quando ci si rese conto che piante semiacquatiche come il giacinto e la lenticchia d'acqua avevano la capacità di assorbire metalli tossici dalle acque contaminate in cui crescevano.
In pratica si è capito che con le piante si possono bonificare le acque e i terreni inquinati facendogli estrarre metalli pesanti e/o composti organici tossici.
E' quasi inutile dire che questa tecnologia non è ancora stata impiegata come dovrebbe.
Il girasole comune è per esempio in grado di estrarre il cesio dal suolo mentre quello selvatico riesce a farlo col cromo  e col nichel.

Di molte altre piante come la senape, la colza, la festuca ecc si conoscono altrettante capacità specifiche.
Le possibilità inutilizzate sono enormi.
C'è poi da aggiungere che le piante non si limitano ad assorbire sostanze dal terreno o dall'acqua per toglierle dalle radici e concentrarle nelle foglie riuscendo a sbarazzarsene quando le foglie cadono; possono anche neutralizzare, trasformandoli, dei composti estremamente nocivi dei quali noi non riusciremmo mai a sbarazzarci.
Un esempio su tutti.
Il solvente organico per eccellenza usato dall'onnipresente industria della plastica, è il tricloroetilene. Basta guardarsi intorno per rendersi conto di quanti casi (non a caso) di tumori ci siano. Il tricloroetilene, come i suoi cugini, anche loro composti organici clorurati tipo le diossine, sono cancerogeni, sono stati sparsi a piene mani nell'ambiente e, siccome sono estremamente stabili, cioè non si decompongono, sono anzi indistruttibili coi nostri mezzi, una volta sparsi, hanno prodotto e continueranno a produrre la loro azione tossica per secoli.
Ebbene le piante possono assorbire dal terreno il tricloroetilene e trasformarlo in innocui cloro gassoso, anidride carbonica e acqua.
Pur avendo potenzialità enormi la tecnologia del risanamento di aria (in ambienti chiusi o particolari come ha dimostrato un classico studio della NASA), acque e suoli è ancora agli inizi.
Per ogni specie vegetale che facciamo estinguere vanno perdute per sempre le sue potenzialità farmacologiche e disinquinanti.
Per ogni specie vegetale che non studiamo o che non impieghiamo, obbedendo a consuetudini e a interessi di parte, ci priviamo della possibilità di non far ammalare i nostri corpi e, con i nostri corpi, le nostre menti.

domenica 15 giugno 2014

UN MONDO CICLICO FATTO DI CICLI

Si dice che l'idea di ciclo sia un'idea portante.
Così si dice perché, una volta che si è capita l'idea, consente di metterci sopra, ordinandole, tantissime altre idee meno portanti. E dunque logicamente meno importanti.
In effetti, persino l'Universo in cui esistiamo è molto probabilmente ciclico: coinvolto in una serie non si sa quanto lunga di contrazioni e di espansioni.
Un ciclo è un processo che si ripete.
Come la rotazione della Terra. Come il fatto che gli esseri viventi nascono, crescono, si riproducono, muoiono come individui e il ciclo riprende.
A proposito di cicli vitali è chiaro che questi riguardano anche le piante.
Direi soprattutto le piante quando si pensa che almeno il 97% della massa degli esseri viventi di questo pianeta è costituito da piante.
Il grande ciclo che si è installato sulla Terra è quello che collega i cosiddetti Produttori (cioè le piante) ai Consumatori ( cioè agli animali e quindi anche a noi) ed entrambi questi due ai Decompositori.
Insomma la vita si compone a partire dalla non-vita (rocce sciolte in acqua, acqua, gas dell'aria) Ma poi deve decomporsi per poter permettere - sfruttando sempre la luce del Sole (o sarebbe più corretto dire il Sole come luce)- alla nuova vita di trovare i materiali per ricomporsi.
Non appena ci si pensa ci si rende conto che dappertutto i processi si organizzano in cicli. Da quelli minori, come ad esempio i nostri cicli sonno-veglia a quelli maggiori, come ad esempio il ciclo dell'acqua (che coinvolge l'evaporazione degli oceani, le precipitazioni continentali con l'erosione, il trasporto dei fiumi e di nuovo l'evaporazione degli oceani..), il ciclo dell'Azoto, del Carbonio ecc..
Tuttavia anche nei cicli non sempre tutto scorre come dovrebbe.
Per esempio, molti milioni di anni fa, immense masse vegetali si sono formate ma non si sono decomposte. Il ciclo ha funzionato solo in parte, poi si è bloccato.
Siamo noi da qualche secolo che lo abbiamo riaperto.


Per soddisfare i bisogni crescenti delle nostre Economie, e alla nostra maniera.
Mi riferisco ai giacimenti di carbone, di petrolio e di gas su cui si è basato e si basa lo sviluppo economico delle nostre società.
E' importante vedere tutto questo sommovimento come basato su di un grande ciclo bloccato.
Quella enorme massa  di piante morte invece di fossilizzarsi, e cioè in un certo senso congelarsi, avrebbe dovuto decomporsi per consentire a tanta nuova vita vegetale di comporsi, mantenendo in questo modo il ciclo in equilibrio.
Invece, stiamo finendo di decomporla noi adesso..... bruciandola.
Con delle conseguenze gravi sull'Atmosfera che respiriamo e sul clima che subiamo. E' un fatto: il nostro inarrestabile incremento demografico avviene al posto della prevista rigenerazione di Produttori; è la prolificazione di una massa sempre più grande e vorace di Consumatori che, per lo più, oltre a essere inconsapevoli di quello che provocano sono anche incoscienti di quello che sono.


venerdì 13 giugno 2014

TENSIONE E IPERTENSIONE

La storiella è sempre significativa: invece di offrire un po' di pesce a chi si deve sfamare bisognerebbe dargli la possibilità di pescare.
Analogamente, se uno è teso e iperteso ovvero se è in uno stato di accentuata tensione nervosa e di alta pressione arteriosa cosa ci sarebbe da fare? Non vendergli da subito dei farmaci per calmarlo e per ridurgli la pressione ma insegnargli a raccogliere il biancospino.
Ricapitoliamo. Fuori dai centri urbani le piante di Biancospino sono piuttosto diffuse. Si tratta di arbusti spinosi ben ramificati che, in quanto resistenti alla siccità e capaci di formare siepi impenetrabili, sono stati usati per secoli per delimitare i confini. In primavera si riempiono di bei fiori bianchi che impregnano l'aria di un intenso, gradevole profumo e che, una volta fecondati dagli insetti, lasciano il posto a un esercito altrettanto numeroso di piccoli rossi frutti (detti falsi frutti, come del resto tutti i pomi, per via di sottili ragioni botaniche)
 
Bene, è provato che le sostanze che le piante di biancospino contengono (composti quali l'iperoside e la vitexina, l'acido ursolico oltre a varie ammine e steroli) hanno un'azione dilatatrice dei vasi sanguigni coronarici e addominali. Insomma fanno calare la pressione. Non solo, riescono a far risparmiare ossigeno al muscolo cardiaco, producendo quello che si chiama effetto inotropo positivo che, detto in modo da farsi capire, vuol dire che il cuore pompa meno volte al minuto ma pompa più forte e più sangue. 
Questa è la ragione per la quale il biancospino risulta utile per curare certe forme di aritmia. C'è poi un suo effetto sedativo -e quindi ansiolitico- sul Sistema nervoso centrale che lo rende utile anche nel trattamento dei casi di insonnia.
Tutto questo va bene. Ma, ammesso di saper individuare un Biancospino, quando e cosa bisogna raccogliere?
Le sostanze attive sono nelle foglie, nei fiori e nei frutti. Il momento migliore per la raccolta dei fiori e delle foglie è quando i fiori sono appena sbocciati, ancora non del tutto aperti. In quel momento le foglie sono di un bel verde chiaro e tenere.
Adesso conviene rivolgersi ai frutti.
Se non si vuol ricorrere alle tinture madri, che comportano l'uso della pianta fresca, dell'alcol, della macerazione, della spremitura e della filtrazione, basta farci delle tisane. Ovviamente si raccoglie in quantità, si fa seccare il raccolto in un posto asciutto e all'ombra e si conserva il tutto in vasi di vetro chiusi e tenuti al buio. Bisognerebbe abituarsi, per tenere sotto controllo la pressione, a bere un buon mezzo litro, a sorsi, durante il giorno di infuso di biancospino. Tutti i giorni, come tutti i giorni bisognerebbe fare un po' di moto, quel tanto da arrivare a far aumentare la frequenza cardiaca e a sudare.
Non troppo tempo fa le foglie tenere dei biancospini venivano adoperare come sostituti del te e fumate al posto del tabacco mentre con i semi macinati si faceva il caffè.
Il gusto degli infusi di biancospino è gradevole. 
Se si vuole accentuare l'effetto che questi possono avere sulla pressione arteriosa sarebbe utile aggiungervi delle foglie tenere di ulivo (Anche in questo periodo si possono prendere dai getti che gli alberi fanno alla loro base e che i toscani chiamano ricacci). Le foglie  di ulivo sono molto amare ma, a questo punto, basta dolcificare il tutto, con un po' di miele.
E' meglio poter pescare in acque pulite che dover mangiare del pesce su ordinazione di cui non si conosce la provenienza e non si conoscono gli effetti sul lungo periodo.


martedì 1 aprile 2014

PRIMULE

Il nome del genere, "Primus", si ispira alla precocità delle specie di Primule selvatiche che fioriscono formando tante macchie di un bel giallo brillante nelle zone umide dei prati e sui bordi delle strade collinari non appena la neve si scioglie.
Di sicuro da noi annunciano la rinascita, ossia la ripresa vegetativa di tutto il mondo vegetale dopo i rigori dell'inverno. E il loro ciclo di rilancio è anche il nostro, perlomeno quello che è inscritto nei ritmi biologici.
Primula vulgaris, Primula veris, ..farinosa, elatior,...., auricola, microdonta...e tantissime altre, alcune delle quali raggiungono il metro d'altezza, sono le specie del gruppo distribuite in tutto il pianeta.
Dunque, tanto per non fare eccezione, anche il mondo delle primule è quantomai vasto.
Due specie in particolare sono qui da noi abbondanti e immediatamente interessanti.
Una è la Primula veris.
Come altre primule produce sostanze affini all'acido salicilico e pertanto le tisane dei suoi fiori o anche le insalate di fiori e foglie hanno indicazioni simili a quelle dell'aspirina, leggermente analgesiche e antinfiammatorie.
Poco noto è il fatto che, sempre con i suoi fiori, peraltro sedativi, si produceva un vino ad alta gradazione alcolica.
Evidentemente c'è in loro molto nettare e quindi possono essere fatti fermentare con profitto....resta solo da chiedersi, in una sorta di ricerca del tempo perduto, come si fa a non essere curiosi di tornare ad assaggiare una simile bevanda! 
Le radici, aromatiche, sono espettoranti e vengono usate per ridurre spasmi e gonfiori.
La Primula vulgaris è fra tutte la più diffusa.

Ha proprietà simili a quelle della veris.
Le sue foglie più tenere e i suoi fiori, conditi con olio, sale e limone consentono di gustare qualcosa di eccellente e di salutare.
Nota importante: il succo delle foglie serve per eliminare le macchie cutanee con grande vantaggio estetico sia per le signore che per i signori.
Anche il rizoma della vulgaris è deliziosamente aromatico.
Il principio è sempre quello di provare e poi credere o, anche, di credere salvo poi provare..per sapere se aveva senso credere..




venerdì 28 marzo 2014

LAVANDE

Siamo alle solite, mi riferisco alla necessità di usare il plurale. Normalmente si direbbe La Lavanda, ma il fatto è che qui non stiamo parlando di un'idea platonica. La realtà è multiforme, piena di varianti e di variazioni e, conglobare in un'unica parola singolare tutto questo può essere pericoloso, soprattutto per i giovani. I giovani, loro, pensano di sapere quando conoscono la parola e invece, per sapere, bisogna aver fatto un po' di conti, se non tanti, con la realtà. Essere in grado insomma di salire dall'astratto al concreto. L'astratto è la parola Lavanda, il concreto è che di Lavande ce ne sono almeno 28 specie diverse ciascuna delle quali si stempera in una moltitudine di varietà a formare una moltitudine di esseri difficilmente enumerabile. 

Tuttavia, come tutti gli altri mondi, anche lo sconfinato mondo delle lavande ha delle caratteristiche distintive.
Tutte, le lavande, sono degli arbusti sempreverdi, sono decisamente aromatiche, hanno foglie piccole e lineari, resistono bene alla siccità e producono spighe di fiori profumati solitamente da viola a blu come colori ma in certi casi anche bianchi. Generalmente fioriscono in primavera e in estate ma la Lavandula dentata, per esempio, produce i suoi fiori in inverno.
A giudicare dalle enormi estensioni coltivate a Lavande in Provenza (ma le coltivazioni di lavande sono presenti un po' in tutto il mondo e, per esempio nel Nord Europa si spingono fino in Norvegia) si può star certi che vi è collegata una cospicua attività industriale.
In effetti, l'estratto dei loro fiori è un tonico utile per la pelle, è antisettico contro l'acne e facilita il rinnovamento cellulare, ragione per la quale le creme a base di lavanda sono molto richieste.
Le ghiandole che  vi producono l'olio aromatico  sono presenti in tutte le parti aeree di queste piante ma sono concentrate soprattutto nei fiori.
Tradizionalmente le spighe fiorali vengono usate per profumare la biancheria negli armadi data la persistenza e la gradevolezza del loro profumo. Ma si usano anche per aromatizzare vini, aceti, marmellate e altro.
Le tisane a base di fiori di lavande sono un classico per la cura degli stati ansiosi, ma anche per le flatulenze, le alitosi e i mal di testa.
I rami fiorali, raccolti un po' prima della schiusa, specialmente quelli della L.latifoglia sono repellenti per gli insetti, in particolare per le mosche.
C'è da dire infine che far crescere piante di lavande intorno a casa, in giardini, orti o semplicemente vasi contribuisce a rasserenare la mente.
Tra tutte, la lawanda è una specie veramente unica!!



giovedì 6 marzo 2014

LA VITA E' RISCHIO

Che le piante, con la fotosintesi, formino più ossigeno di quello che consumano lo sappiamo tutti, o quasi tutti.
Che siano indispensabili per ossigenare l'atmosfera è di dominio pubblico.

Che arricchiscano l'atmosfera non perché vogliono farlo ma per sbarazzarsi il più in fretta possibile di un gas pericoloso qual è l'ossigeno è invece un sapere di pochi.
Naturalmente sto parlando di piante in senso lato, quindi unicellulari, marine, terricole..
E questo è il punto: l'ossigeno è per loro come per noi un gas velenoso.
Il problema è: rispetto a una cellula che non usa ossigeno una cellula che lo usa è circa venti volte più efficiente. Quindi il rischio vale la candela e, gli organismi aerobici (quelli che usano ossigeno) sono la stragrande maggioranza mentre quelli anaerobici (quelli che non lo usano) sono un'esigua minoranza.
La vita è rischio e la vita è a rischio.
Prendiamo un'altra funzione fisiologica: la digestione.
La digestione è demolizione. Mangiando noi mangiamo cellule (o materiali che formano cellule) pur essendo anche gli organi che ci formano fatti di cellule. Per esempio mangiamo carne pur essendo fatti di carne. E c'è sempre un rischio concreto di autodigestione.
Così con l'ossigeno. L'ossigeno brucia le cellule ma le cellule si arrischiano ad usarlo senza bruciarsi o ...quasi o, almeno, ci riescono per un certo periodo.
E' un risultato che ottengono, forti di un preciso apparato chimico, dando da bruciare all'ossigeno in eccesso delle sostanze particolari che prendono il nome di antiossidanti con cui tentano di spegnerne i danni. 
Il processo è permanente e non ammette soste.
Si è fatto un gran parlare di queste sostanze antiossidanti. Un gran parlare e un gran vendere ma non è che in realtà ci si capisca ancora molto.
Un punto fermo l'ha fissato il dr. Sebastiano Venturi rendendosi conto che il meccanismo fondamentale che le piante marine usano per neutralizzare gli effetti negativi dell'ossigeno è basato sullo iodio.
Le alghe marine sono piene zeppe di iodio e, guarda caso, gli organismi marini che fanno parte della catena alimentare che si basa sulle alghe risultano essere molto meno soggetti a malattie rispetto a quelli terricoli o, per esempio, agli stessi pesci di acqua dolce dove lo iodio è molto più scarso.
Venturi, da medico, s'era trovato ad affrontare il problema del gozzo endemico: l'ingrossamento della tiroide per mancanza di iodio. Questa mancanza crea danni enormi: cretinismo, problemi ossei, tumori specialmente al seno e allo stomaco.
Può essere prevenuta con del semplice sale iodato (oggi praticamente obbligatorio) ma non vi dico le peripezie che solo qualche decennio fa ha dovuto fare Venturi per convincere le autorità a distribuire questo sale.
Le piante terricole si sono costruite i loro antiossidanti: flavonoidi, polifenoli ecc
Per noi la questione non è ancora chiara ma certo quell'organo che abbiamo qui nella gola, che si chiama tiroide e che può funzionare solo se dispone di iodio (sotto forma di sale ioduro) dovrebbe ricordarci che, se vogliamo continuare a vivere, dobbiamo cercare di non farci "ossidare". 

venerdì 20 dicembre 2013

CALENDULA OFFICINALIS

Le Calendule sono piante erbacee della famiglia delle Composite dai bei fiori colorati di un giallo-arancio molto luminoso. Questi sono presenti praticamente tutto l'anno e, tra le altre loro proprietà, hanno anche quella di mettere allegria.
In definitiva, quel loro colore intenso ci ricorda sia pure inconsciamente il colore del Sole da cui -anche se la cultura dominante ci confonde con le sue favole- noi sentiamo dipendere la vita.
Le Calendule il Sole lo seguono coi loro fiori e per questa ragione, come anche ai loro parenti Girasoli, gli si è affibbiata l'etichetta di eliotrope.
Nei mercati di un tempo i sacchi ricolmi di fiori di Calendula erano d'obblico. Davano colore ai risotti e alle insalate e poi si usavano per rendere più attraente il burro.
Mentre i fiori freschi sono delicatamente profumati, gli steli e le foglie risultano intensamente aromatici.
Prima di accennare agli usi possibili di queste piante vale la pena soffermarsi sulla struttura dei loro fiori. 
Basta guardare alla vita non come a una fotografia ma come a un film per capire come le forme attuali non possono essere che il prodotto di trasformazioni storiche. I fiori delle Calendule ( in Italia ne crescono almeno sei differenti specie) sono in realtà delle infiorescenze compattate. Immaginate una spiga, i vari fiori nel tempo si avvicinano, si riducono, si compattano, si specializzano, si mettono insieme per sembrare un singolo fiore. In realtà basta una semplice lente d'ingrandimento per rendersi conto che la parte centrale è costituita da tanti piccoli fiori circondati da tantissimi altri fiori che sono diventati ciascuno un singolo petalo. E' la strategia delle Composite, la famiglia di piante di cui le Calendule, insieme alle Margherite, ai Tarassaci ecc, sono esempi. Si tratta di una strategia riproduttiva efficace dal momento che le Composite (ora Asteracee), fra tutte le famiglie, annoverano nel mondo il maggior numero di specie.
Tornando alle Calendule un esame del loro fitocomplesso permette di comprenderne le attività.
Hanno per esempio una comprovata attività antimicrobica, antifungina e persino antivirale dovuta ai componenti dell'olio essenziale che se ne può ottenere per distillazione.
Inoltre, dai loro alcoli triterpenici, estraibili ovviamente con alcol, dipende la loro attività antinfiammatoria.
Ancora, la loro capacità di indurre le nostre cellule a produrre fibrina è responsabile della rapida chiusura delle ferite.
Penso sia sufficiente, anche se quelle elencate non sono tutte le attività che i vari estratti delle Calendule possono espletare.
Per esempio, un composto chiamato Calenduloside B estratto dai fiori ha dimostrato di avere un marcato effetto antiulcera.
Tornando al semplice, prendete una piantina di Calendula e piantatela nell'orto o in giardino. Si diffonderà come se fosse un'infestante. Ma avrete sempre tanti bei fiori da aggiungere freschi alle vostre insalate e ai vostri risotti. 
Senza contare il bel colore giallo-arancio luminoso che avrete intorno.

domenica 10 novembre 2013

APPARIZIONI

In qualunque pianeta, la Terra per esempio, gli esseri e quindi le specie possono solo formarsi, trasformarsi,....., de-formarsi.
Quando si leggono frasi del tipo: "L'uomo vive insieme alle piante da circa duecentomila anni, cioè dalla sua comparsa sulla Terra"
O ancora: "Fra i primi organismi unicellulari che apparvero sul Pianeta c'erano -com'è noto- anche le alghe",  ci si dovrebbe rendere conto di quanta irrazionalità continua a circolare anche in libri per il resto seri e razionali.
"La comparsa delle moderne piante coi fiori ebbe molte importanti conseguenze"
Certo è che anche una frase del genere rovina tutto quello che di sensato gli viene fatto seguire.
Come si formarono le piante coi fiori?
Da quali piante con i non-fiori si formarono?
E com'erano i primi abbozzi di fiori?
Se non era il momento di rispondere a domande del genere o non era questo il tema di cui si stava trattando, sarebbe bastato dire: "La formazione delle moderne piante coi fiori ebbe molte importanti conseguenze".
La Fisica, in base alla universale conservazione della massa-energia per cui niente si crea, niente si distrugge, ma tutto si trasforma, ha da tempo bandito i termini di comparsa, scomparsa, apparizione, sparizione.
I biologi, e perciò anche i botanici, non l'hanno fatto. Anzi, pare addirittura che ci prendano gusto anche se, così facendo, si mettono in palese contraddizione col meccanismo evolutivo che pure dicono di abbracciare.
Si tratta di un'incoerenza logico-filosofica più che evidente.
Come si è formata tale incoerenza?
Come si mantiene?
E soprattutto, come si può trasformare?

sabato 9 novembre 2013

MACLURA POMIFERA

Se si vede un frutto è certo che l'ha formato una pianta. Se si vede un frutto come questo

è certo che la pianta che l'ha formato è una Maclura pomifera. Per essere precisi, un individuo femmina di Maclura pomifera. La specie infatti è dioica, vale a dire che - anche se trattandosi di piante può sembrare strano- è formata da maschi e da femmine. I fiori con gli ovari ce li hanno le femmine e quindi sono solo loro a fare i frutti.
La specie è tipicamente nordamericana. Qui da noi ha una distribuzione variegata dato che fu introdotta in qualche area per cercare di sostituire i Gelsi malati con le cui foglie venivano nutriti i bachi da seta. Si tratta di piante molto forti capaci di produrre parecchi di quegli strani frutti che si vedono qui sotto, grandi come delle grosse arance.
Frutti che per noi umani non risultano essere commestibili ma che risultano comunque molto interessanti per le particolari sostanze che contengono.
Quando si tagliano fuoriesce infatti una specie di latte formato da particolari proteine che, una volta esposte all'aria, si comportano come delle vere e proprie colle.
Queste sostanze sono sotto esame per le loro possibili azioni farmacologiche ma possono anche offrirci uno spunto per pensare. Perché sono proteine e perché formano un latte speciale nei frutti delle Maclure.
Con le proteine, infatti, tutto è possibile: non ci sono limiti. Ovunque noi ci tocchiamo, tanto per fare un esempio, tocchiamo proteine. Anche noi come le Maclure siamo un loro prodotto. 
Mettiamola così. In un alfabeto come il nostro ci sono circa 20 lettere. Componendole possiamo formare un numero illimitato di significati. A loro volta, le proteine sono formate con 20 lettere diverse che, in questo caso, si chiamano aminoacidi. Mettendoli insieme si possono formare molte più sostanze diverse di quanti significati diversi si possono formare con qualunque alfabeto. Non fosse altro per questo: che le parole devono essere comunque formate da poche lettere se no non si riesce a pronunciarle, le proteine non hanno questo limite e quindi possono risultare composte anche da centinaia se non migliaia di aminoacidi.
Risultato: tutti gli innumerevoli pianeti dell'Universo compatibili con la vita potrebbero avere le loro particolari biosfere formate da innumerevoli microorganismi, piante e animali diversi senza per questo esaurire la capacità delle proteine di formare sempre nuove sostanze, sempre nuovi materiali.
Con il legno delle Maclure gli indigeni nordamericani Osage costruivano i loro archi. A loro volta i colonizzatori usarono queste piante dalle lunghe spine per innalzare siepi invalicabili. E, più tardi, ci ricavarono i pali per l'elettrificazione di vasti territori degli Stati Uniti, dato che il legno delle Maclure resiste alle intemperie e all'attacco dei funghi e di altri parassiti. Inoltre, siccome dalla corteccia delle radici si estrae un colorante adatto, lo usarono per tingerci le prime divise dell'esercito americano.

Sono curiosità sulle Maclure. Che però adesso, vedendone i frutti per terra, sappiamo riconoscere.
E' bello inoltre rendersi conto che anche loro, come tutte le altre piante, hanno una storia lunga e complessa, che in modi imprevisti si intreccia con quella umana. La consapevolezza poi che sono una miniera di proteine e di altri composti su cui c'è ancora tanto da sapere è una cosa che contribuisce a formare quella che a volte si definisce saggezza.


venerdì 25 ottobre 2013

UNA QUERCIA PARLA ALLA LUNA

Un nome tu ce l'hai; Luna non può che riferirsi a te perché qui intorno non c'è nessun'altro che te.

Ma Quercia? Quercia è un nome che vale per tutti gli individui della mia specie e anche di più. Quindi io, a differenza di te, un mio nome non ce l'ho. E ne avrei bisogno anche perché, da qualche anno, mi trovo qui isolata in mezzo a delle grandi superfici spoglie.
Allora ho deciso di parlarti, dato che tante notti, quando le nuvole non sono troppe, mi fai compagnia e mi rischiari. 
Lo so che  in te non c'è vita, che sei sterile e come congelata dentro. Eppure - l'ho sentito dire da degli umani che si sono fermati a parlare sotto i miei rami- sei un pezzo di Terra spaccata e staccata da un grande urto un numero immenso di anni fa. Capisco dunque che una storia, anche tu come me ce l'hai e che all'inizio dovevi essere molto più vicina di adesso. Non oso pensare a quali effetti giganteschi provocavi, soprattutto sulle masse liquide terrestri, quando ci stavi quasi addosso! Doveva essere comunque uno spettacolo impressionante  la tua grande presenza in quel cielo antico, anche se magari non c'erano ancora occhi che potessero guardarlo!
Anch'io d'altronde non sono sempre stata come sono adesso: grande, imponente, col mio tronco massiccio e i miei robusti rami che si protendono intorno
Sai, ogni anno faccio una montagna di frutti -che gli umani chiamano ghiande- con la speranza, in tanta massa, che qualcuno riesca ad attecchire e a crescere fino a diventare, come me, una vera quercia.
E' chiaro che un tempo anch'io sono stata una piccola ghianda. Non si direbbe, vero, a vedermi adesso? Fra la mia parte sotterranea e quella esterna, se la misurassimo, ne risulterebbe una massa (non ti parlo di peso se no faremmo confusione) di almeno 30 o 40 tonnellate.
Rispetto agli animali, che tutti, compresi gli umani, devono mangiare e defecare e comunque espellere, la mia forza è che, per poter crescere, mi sono bastate e mi bastano delle rocce sciolte in acqua e un gas che si trova nell'aria.
Forte no? Essere capaci di trasformare la materia morta in materia viva senza miracoli! Se tu avessi l'aria e l'acqua liquida, con una temperatura di conseguenza meno estrema, quasi quasi potrei venire a crescere anche su di te.
Senza animali! Sai che bello!?
E' che qui dove sono, a darmi fastidio non sono tanto i cinghiali o gli scoiattoli che mangiano le mie ghiande o quegli insetti che con le loro punture mi costringono a fargli delle strutture tonde, chiamate galle, in cui crescono le loro larve.

Sono gli umani.
Hanno eliminato i boschi e, al loro posto, coltivano erbe per mangiarne i semi.
Posso capirlo. Quello che non posso capire però è come fanno a far crescere un solo tipo di erba su distese immense di terreno che lavorano così a lungo con le loro macchine. Tu non so se li vedi questi campi, ma ti assicuro che fanno impressione. Erbe di un solo tipo distribuite con un'uniformità che spaventa. Lo stesso tipo di ordine che potresti trovare in certi grandi cimiteri con le loro interminabili file ordinate di identiche tombe. 
Riescono a far morire i semi di tutte le altre erbe. In un modo così sistematico che poi ne può crescere una sola. Usano grandi quantità di quelle cose che chiamano diserbanti, e poi concimi, e poi ancora, per proteggere le innaturali e vulnerabili distese che hanno ottenuto, usano grandi quantità di quelli che sono soliti chiamare fitofarmaci: per avvelenare gli insetti, i funghi.... i batteri... e preservare così integre le loro erbe.
Il fatto è che io sono rimasta sola.
A dirti la verità non so perché mi hanno risparmiata e per quanto continueranno a farlo. Oltretutto, in mezzo come sono a queste distese folli, comincio a sentirne gli effetti. Lo vedo nelle mie foglie e, soprattutto, nelle parti terminali -le più delicate- delle mie radici. E pensa che avevo stretto un accordo con i tartufi e con altri funghi che ci faceva stare bene entrambi. Ma adesso anche loro, per via di quelle cose velenose di cui ti ho appena parlato, mi hanno lasciata.
Te lo confido,  con un po' d'angoscia: sto sempre peggio e ho capito che, anche se sono grande, il mio destino è segnato. Mi toccherà soccombere. Peccato perché, come quercia, avrei potuto vivere qualche centinaio di anni ancora.
Gli umani, pensa, inventori della parola umanesimo, ci hanno sempre uccise per il nostro corpo legnoso che è duro e resistente. Hanno cercato di rendere dolci i nostri frutti per mangiarseli ma, non essendoci mai riusciti, li hanno usati per allevarci maiali da trasformare in prosciutti e in insaccati.
Anni fa qualcuno di loro, più accorto, è venuto in primavera a raccogliere un po' delle mie gemme per farci un preparato che è ottimo per dare vigore.
Cosa vuoi che ti dica cara Luna. la Terra l'hanno presa in mano loro. Ma questi loro davvero non sanno quello che fanno.
Spero di rivederti ancora domani. Tu sei lontana e non so se puoi capire se ti dico cos'è diventato qui per me il futuro. E' solo l'oggi spinto a fatica avanti di un giorno.

domenica 20 ottobre 2013

I FUNGHI 3

Per concludere la panoramica sui funghi, restano alcune cose da dire.
I miceli fungini, sia nelle loro forme macroscopiche che in quelle microscopiche, sono onnipresenti. E onnipresenti sono le spore che questi producono e spargono in atmosfera in quantità esorbitanti attraverso i  corpi fruttiferi che, al momento opportuno, fanno emergere dai substrati in cui si sono infiltrati.
Queste spore, come del resto tutte le cellule riproduttive di tutti i viventi, hanno un mandato genetico: moltiplicarsi per riformare un organismo della stessa specie di quello che le ha prodotte. Un organismo cioè capace di fare le stesse cose, ovvero di inserirsi con lo stesso ruolo nel meccanismo del Mondo.
Innanzitutto i funghi si inseriscono nella decomposizione dei corpi morti di tutti gli altri organismi. C'è una concatenazione in questo e un lavorio incessante che vede coinvolti insieme ai funghi, insetti, larve di insetti, millepiedi, vermi, lumache, limacce, batteri.. Innumerevoli sono gli attori della generale decomposizione, spinta in giù a un livello chimico tale che le piante vive e in crescita, con le ramificazioni terminali delle loro radici, possono assorbire i componenti più elementari per costruire e accrescere i loro corpi complessi in un ciclo complessivo e ripetitivo di vita e di morte.
Se fuori dal suolo gli alberi di una qualunque foresta lottano per la luce con l'espansione e la crescita, nel sottosuolo competono per assorbire acqua e altre sostanze. E' evidente che, a parità di altri fattori, dall'efficienza della loro azione sotterranea dipende quella aerea. Così, certe specie di alberi si sono associate a certe specie di funghi formando ciò che è stata chiamata micorriza (dal greco mykes=fungo e rhiza=radice). Le ife fungine ricoprono le radichette terminali dell'albero di un rivestimento filamentoso finissimo che si estende ulteriormente nell'humus. Querce, faggi, betulle e tante altre specie affini nonché molte conifere hanno le micorrize e i funghi a esse associate sono differenti specie a cappello o sono tartufi. Il sodalizio, formatosi nel corso di milioni di anni di selezione naturale su un'infinità di tentativi, si mantiene ovviamente perché dà luogo a un vantaggio reciproco. Sicché quei funghi prosperano e quegli alberi si ingigantiscono nelle foreste.
Nella panoramica non mancano certo i funghi parassiti. In natura è la varietà vegetale che li limita dato che il loro sviluppo viene impedito dal gran numero di ospiti inadatti che li circondano. Ma con le colture, specialmente con le monocolture il discorso è diverso. Fra il 1845 e il 1849 la carestia provocata in Irlanda da un fungo della classe degli oomiceti, che fece marcire tutte le coltivazioni di patate ( fatte con uno stesso tipo di patata) su cui si reggeva l'alimentazione di quel popolo, fu alla base dei milioni di morti che misero in forse l'esistenza dell'intera nazione.
Le malattie provocate dai funghi sono ora un flagello dell'agricoltura intensiva e dello sfruttamento forestale che difendono la loro innaturale uniformità con tonnellate di veleni. Certi funghi chiamati carboni infettano i semi, crescono con l'ospite, che sembra sano, ma al suo interno è il fungo che si impadronisce della chimica, tanto che ad un certo punto le piante, invece che polline o ovuli, producono spore fungine.
Neanche gli animali si sottraggono ai funghi.
Diverse specie microscopiche sono in grado di attaccare peli, corna, unghie, piume, squame ecc
Sono note polmoniti provocate da funghi ed è nota la pericolosità di mangiare formaggi ammuffiti.
Da ultimo bisogna ricordare i licheni, organismi molto comuni che risultano da un'associazione di alghe e funghi.
Ci sono numerose varietà di alghe, unicellulari e filamentose, che riescono a vivere della poca acqua piovana presente sulle rocce, sui tetti e sulle cortecce degli alberi. Alcune si uniscono con funghi. Le cellule algali crescono e si moltiplicano fra le ife fungine e le inducono a formare strutture compatte e robuste le quali, alla fine, assomigliano a piccole alghe marine che però possono resistere all'essiccamento e riprendere vita quando sono bagnate.
I sottoboschi delle foreste nordiche sono costituiti da un tappeto spesso formato da licheni e le rocce sono spesso incrostate dalle loro formazioni colorate.